Print Posted by Mirka Irene Grob on 22/08/2017

Origini dello Yoga e Letteratura

Origini dello Yoga e Letteratura

ORIGINI DELLO YOGA E LETTERATURA

 

A partire dalla fine delle glaciazioni, circa 9000 anni avanti Cristo, nel territorio del Mohenjo Daro in Harappa, nella vallata dell’Indo in Pakistan e nel Punjab attuale, si sviluppò, assieme alla civiltà Dravidica, il culto di Shiva, nel quale diverse tradizioni videro il Signore degli Yogin (Yogindra), primevo Maestro, al quale si fa risalire la trasmissione dell’Hatha Yoga.

Le ultime scoperte del Mohenjo Daro hanno dimostrato che i Dravidi furono un popolo di marinai avanzato nelle arti, nei mestieri e nella civiltà. Le rovine delle loro città mostrarono un’urbanistica molto raffinata con sistemi di pesi e di misure sofisticati, i loro geroglifici sono ancora oggi oggetto di studio.

Naturalmente parallelamente a tutto ciò in questa civiltà esistevano sistemi filosofici e di conoscenza dell’uomo profondissimi. Secondo la tradizione in seno allo Shivaismo e alle sue radici sciamaniche e ritualistiche nacquero delle scuole dette Tantriche, i cui insegnamenti mantenuti segreti, si trasmettevano esclusivamente per via iniziatica da maestro a discepolo.

Tali profonde conoscenze e pratiche segrete del Tantrismo Shivaita divennero la fonte di tutte le correnti Yoga ulteriori adatte dalle tradizioni successive, anche Vedica e Upanishadica, influenzando inolte il Buddhismo mahayana, le discendenze tibetane, il Ch’an Cinese, le relative arti marziali e lo Zen giapponese.

Lo Yoga non è estraneo alla nostra eredità razziale, la lingua in cui sono scritti i più antichi documenti sullo Yoga è il sanscritto, il linguaggio dei nostri avi indoeuropei. Parole come pitr (pater-padre), vidhava (vedova), manas(mens-mente) dimostrano la nostra parentela con i primi esploratori del sentiero Ariano. La civiltà Dravidica, di cui sopra, raggiunse il suo apice tra il 6000 e il 2000 a.C. data delle invasioni Ariane, che segnò l’inizio della tradizione Vedica.

Gli Ariani invasero progressivamente il nord dell’India, riducendo in schiavitù le popolazioni indigene ma senza arrivare a sradicare quella formidabile cultura mistica e di conoscenza che era lo Shivaismo, in cui assorbirono lentamente un gran numero di elementi e che si ritrovano poi nella Bhagavad-Gita.

La nuova popolazione creatasi dall’unione degli invasori Ariani con le popolazioni dei territori del nord dell’India si dedicò alla ricerca e alla speculazione filosofica sui temi dei misteri dell’esistenza con alti risultati.

Gli antichi rishi o meglio vegenti, furono straordinari osservatori della natura, sperimentatori dell’essenza dei limiti dell’uomo e delle sue complesse relazioni con la realtà. Dalle loro realizzazioni e dalla loro tradizione di trasmissione orale, materializzando una frequenza o spesso finalizzata in fonemi o in Mantra, “tradotta” e interpretata dai Brahmini per estrarre il messaggio principale nacquero così non solo le caste (i Bramini erano la casta di conoscenza e di conseguenza di potere) ma anche i testi sacri indiani, rimasti come i più antichi: i quattro Veda (RigVeda, SamaVeda,YahurVeda, AtharvaVeda).

Tutta la filosofia induista si fonda sulla sacralità delle realizzazioni contenute nei Veda.

Dai Veda nacquero i Bramana e le Upanishad, i primi sono libri di testo per i riti sacerdotali, i secondi che ci interessano come studiosi dello Yoga, contengono le pratiche destinate a coloro che abbandonavano il mondo ed esploravano i misteri dell’esistenza in eremitaggi, lontani dalla vita quotidiana.

Upanishad significa “sedere insieme” e si riferisce a quell’ambito fondamentale che era l’intimità dell’insegnamento tra maestro e discepolo.

Il tema centrale delle Upanishad è la ricerca della verità della realtà. Si pensa esistano 180 Upanishad e dieci sono le più antiche e autorevoli, scritte tra il 1000 e il 300 a.C. circa. Nulla si conosce dei loro autori.

In seguito si iniziò dal 550 a.C. al 1000 d.C. a cercare di riorganizzare l’immensa mole di informazioni prodotta dal periodo Vedico attraverso sei differenti sistemi di visione della realtà, i Dharshana (Vedanta, Purva-Mimamsa, Nyaya, Vaisesika, Samkhya e Yoga).

Ogni Dharshana rappresenta quindi un punto di vista metafisico della filosofia indiana, scaturito dalla sapienza Vedica: nessun Dharshana inventa autonomamente un sistema, ma produce un approccio particolare ad un tema o aspetto già apparso nei Veda.

Ecco allora che lo Yoga costantemente e concretamente ha esercitato un influsso enorme sulla scienza dell’uomo e sulla cultura spirituale indiana; ufficialmente con il Dharshana “Yoga Sutra” di Patanjali, vissuto probabilmente tra il IV e V secolo d.C., che ordinò la dottrina e sintetizzò nei suoi 194 aforismi (Sutra) l’essenza della disciplina dello Yoga rendendola sistema ortodosso della filosofia indù e della ricerca spirituale indiana. Il percorso Yogico secondo lui è composto di otto strutture o membri:

Yama (astensione del male), Niyama (varie osservazioni), Asana (posizioni), Pranayama (controllo del Prana), Prathyahara (ritiro della mente dagli oggetti dei sensi), Dharana (concentrazione), Dhyana (meditazione) e Samadhi (assorbimento dell’Atman).

Tantissimi altri testi antichi sullo yoga esistono o furono redatti. Tra i più importanti che interessano le pratiche Yogiche oltre le già menzionate sono l’Hatha Yoga Pradipika, la Gheranda Samhita e la Shiva Samhita.

LA FISIOLOGIA UMANA SECONDO LO YOGA

 

“Satira madyam khalu dharmasadhanam”, “il corpo è certamente il primo e più importante mezzo per ottenere armonia, rettitudine e realizzazione”.

Attraverso la pratica approfondita delle posture si diventa capaci di distruggere la natura animale del corpo e di vivere in perfetta armonia con i tre regni Minerale, Vegetale e Animale.

Il corpo umano è lo strumento unico e fondamentale per sperimentare fino a livello trascendente il sistema di energie che compongono la realtà e il nostro essere (energia fisica, psichica, emozionale, sentimentale, sessuale, relazionale, percettiva ecc.) perciò una cura ed un unione profonda con il nostro corpo è fondamentale per una crescita umana e spirituale.

Il Sankya (analisi, enumerazione dei principi del nostro essere) manifesta che il mondo si costituisce attraverso la composizione di 24 Tattva o principi cosmici ed enumerati, oggettivi e soggettivi e spiega l’esistenza tramite due elementi originali, eterni ed interattivi tra di loro e cioè il Purusha (inattivo) ed il Prakriti (attivo).

Purusha rappresenta la vera realtà, sempre fedele a se stessa, è l’Atman, l’Ek, l’Essere puro, immobile, immutabile.

Prakriti rappresenta l’impermanente, l’incosciente, tutti fenomeni sono prodotti dal costante movimento di Prakriti e dalla trasformazione dei suoi tre Guna; secondo la metafisica Yogica la natura e la materia è composta da tre costituenti primari, ovvero tre diverse qualità intrinseche, i Guna. Si distingue tra Sattva Guna, Rajas Guna e Tamas Guna, ciascuno caratterizzato da qualità differenti ben precise. Ogni cosa è composta dall’unione indissolubile dei tre guna ma a seconda dei casi sempre uno prevale con le sue relative qualità. Essi non possono essere percepiti direttamente ma la loro presenza si deduce dagli effetti che producono. Così il Sattva Guna è caratterizzato dalla qualità di calma, serenità, intuizione ed è alla base della compiutezza. Il Rajas Guna è caratterizzato dall’attività, disordine, agitazione, insoddisfazione,tristezza ed è alla base degli stati contrastanti dell’animo umano e della sua volontà. Il Tamas Guna è caratterizzato dalla staticità, indolenza, ottusità ed è legato allo stato di ignoranza.

Il corpo ed i sensi sono prevalentemente tamoguna. La capacità di conoscenza, la volontà e l’elaborazione mentale è prevalentemente rajoguna. Invece la mente in sé, la sua essenza è sattvaguna. Senza fine si alternano i cicli di Prakriti. La mancanza di felicità è dovuta dalla disarmonia esistente tra questi tre Guna o meglio tra mente, sensi e corpo. Questo stato continuo di contrasto interiore da la possibilità alle malattie di apparire nel corpo.

Per prevenire o curare ciò è necessario la pratica dello Yoga.

“Vibhakta ghanagatvam vyayamadupajayate”, “Un solido e funzionale corpo può nascere per mezzo delle tecniche Yogiche”.

Tutti piccoli frammenti di consapevolezza creano il Divino che è già in noi e in tutto ciò che esiste, senza frequenza di Prakriti!

KARMA E SAMSKARA

La prima fonte nella quale troviamo formulata la legge del Karma sono i Veda. Le Upanishad - ovvero la parte conclusiva dei Veda - dicono: “L’anima individuale si determina secondo particolari condizioni, nelle forme che sono conseguenza del suo precedente agire, secondo il proprio grado”.

I Samskara fanno parte della legge del Karma e si riferiscono alle traccie che le nostre azioni lasciano negli strati profondi della nostra coscienza. I Samsakara sono quindi legati al ciclo delle nascite e delle morti.

L’attaccamento all’azione lascia un segno emozionale nella mente dell’anima individuale. Il non attaccamento non lascia traccia.

Samskara proviene dal sanscrito sam (completo) e kara (azione, causa, fare). Ed è appunto attraverso l’agire che creiamo i nostri samskara.

Praticando lo yoga e la via spirituale, possiamo diminuire o eliminare i Samskara e renderci conto che ogni attaccamento è relativo a quello che crediamo e trasformare o bruciare vecchio Karma.

Vipassana e Samatha

 

A differenza della meditazione samatha (la meditazione astrattiva di Patanjali), vipassana (meditazione trascendente di Buddha) non è finalizzata al raggiungimento di stati di assorbimento meditativo e non ha un carattere astrattivo. Al contrario, la meditazione vipassana intende sviluppare la massima consapevolezza di tutti gli stimoli sensoriali e mentali, affinché se ne colga la reale natura e ci si incammini per tale via verso la liberazione. Il corpo e la mente sono il campo nel quale è possibile scoprire, con una visione attenta, la verità e permette di seguito di riconoscere la natura stessa della mente. Infatti Buddha esortava i suoi discepoli a prendere come oggetto di meditazione il proprio corpo e la propria mente. Il riposo della mente è paragonabile a quello dell’oceano, la visione al riflesso della luna nelle sue acque. Sull’oceano agitato dalle onde la luna non può essere vista chiaramente, allorché se l’oceano è stabile, essa si riflette con precisione. Quando la mente arriva ad uno stato di riposo completo, la sua natura profonda si può rivelare.

La pratica di samatha stabilizza la mente abitualmente agitata dai suoi pensieri ed emozioni. In assenza di stimoli, la mente agitata si tranquillizza.

Il riposo della mente corrisponde a samatha e l’esperienza della sua natura a vipassana.

BAGHAVAD GITA

Nel poema si narra l’incontro di Arjuna, valoroso condottiero e prototipo dell’eroe che rappresenta Prakriti, con Krishna, un’incarnazione (Avatar) di Vishnu in forma umana che rappresenta Purusha.

La Bhagavad Gita si apre sul campo di battaglia, nella constatazione dell’esitazione di Arjuna che dovrebbe combattere la gente della sua stessa stirpe, e si rifiuta di contribuire a una lotta fratricida.

Il guerriero è colto da uno strano sentimento: un misto di depressione, scoraggiamento e disperazione. A quel punto è incapace di gettarsi nella mischia e chiede aiuto a Krishna. Il Dio prende spunto dall’evento per illustrare al suo interlocutore il significato della vita e della morte, dandogli una vera e propria illustrazione del Sankya.

Il suo fine è di liberare gli uomini dall'ignoranza a cui li ha costretti l'esistenza materiale. Ogni giorno l'uomo si trova alle prese con mille difficoltà. Arjuna, per esempio, sta per affrontare una guerra fratricida; deve o non deve combattere? Chiuso nel suo profondo dilemma, egli cerca una soluzione rivolgendosi a Krishna, che gli espone allora la Bhagavad-gita o meglio l’iniziazione di Dhyana Yoga (Yoga dello studio) e cioè la pratica della meditazione per eliminare tutti vritti e il Karma Yoga (lo Yoga dell’azione). Come Arjuna, anche noi siamo immersi nell'angoscia a causa dell'esistenza materiale, che consideriamo come l'unica realtà. Tutti gli esseri umani soffrono, ma ben pochi indagano sulla loro vera natura o sulla ragione della sofferenza. La Bhagavad-gita è fatta proprio per rispondere a coloro che si chiedono: "Perché siamo soggetti alla sofferenza?", "dove andremo dopo la morte?" Chi cerca sinceramente, chi vuole trovare la risposta deve, come Arjuna, mostrare un rispetto totale al Divino Suprema che inevitabilmente porta a Bhakti Yoga, lo Yoga della devozione.

Oltre all'Ishvara (Dio, il controllore supremo) e i Jiva (le anime individuali che Egli controlla), La Bhagavad-gita ci parla della natura materiale, (Prakriti), del tempo (ciò che non è nato non può morire) e del Karma (l'azione). Dobbiamo dunque attingere da questo testo la conoscenza di Dio, degli esseri e della Prakti, che è la manifestazione cosmica, dove gli esseri sono impegnati in un gioco di attività molteplici e comprendere alla luce di questi insegnamenti come la manifestazione materiale è dominata dal tempo e come gli esseri individuali agiscono all'interno di essa.

 

 

 

MAESTRI E SCUOLE

Swami Sivananda (1887-1963)

Fu uno dei grandi maestri Yoga dell’India. Nella sua vita perseguì sia la carriera di un medico di successo che quella di Yogi e Saggio. Per lui essere disponibile e servire fu “espressione d’amore” che gli portava verso il desiderio profondo di seguire il cammino dei saggi e di aiutare la gente sia sul piano fisico che mentale.

Sviluppa allora lo Yoga della sintesi che si basa su 5 punti: esercizio fisico, respirazione, rilassamento corretto, dieta appropriata e meditazione.

Sintetizzando riduce i suoi programmi di una tipica lezione Yoga a 12 posizioni totali con un rilassamento iniziale, seguito da 4-6 saluti al sole vedico come riscaldamento per iniziare poi con le 12 posizioni proposte. Tra una posizione e la seguente c’è sempre un momento breve di rilassamento in Savasana e respiro consapevole.

Propone in ogni lezione 6 modelli posturali che portano ad un buon equilibrio pranico interno dei meridiani: Flessioni, flessioni laterali, estensione, inversione, equilibrio e torsione.

Particolarmente le posizioni di equilibrio stimolano i centri nervosi con un impegno a livello subcorticale che aiuta a sciogliere i vritti, mentre le inversioni abbassano le funzioni non vitali e rallentano i vritti, oltre ad innescare processi di sedazione con produzione di sostanze come endorfina per ottenere lo stato di Yukta, privo di vritti. Le estensioni invece favoriscono lo scorrimento pranico e l’equilibrio psichico.

Crea così buone possibilità di entrare in un rilassamento finale profondo e consapevole con il supporto meditativo di Shamata o di Vipassana.

In seguito era suo discepolo Sakyananda a portare lo Yoga Nidra, la visualizzazione e sperimentazione passiva di ogni parte del proprio corpo nell’immobilità come alternativa al Vipassana.

ASHTANGA YOGA

 

Si intende lo Yoga degli otto rami (ashta significa otto, anga vuol dire ramo). Come già anticipato, Patanjali stesso descrive negli Yoga Sutra il percorso Yogico attraverso questi otto passi fondamentali per condurre verso l’autorealizzazione (Yama, Niyama, Asana, Pranayama, Prathyahara, Dharana, Dhyana, Samadhi).

Questo antico metodo è caratterizzato da una sequenza di 76 posizioni concatenate tra loro e sincronizzate con il respiro sonoro e vittorioso, Ujjayi Pranayama.

Un altro pilastro dell’Ashtanga Yoga sono i bandha (sigilli o chiusure muscolari) che permettono di regolare il flusso del prana che scorre nel corpo all’interno dei nadi (canali energetici). Si distinguono 3 tipi:

Mula Bandha (chiusura sfintere), Uddiyana Bandha (chiusura addominali parte bassa) e Jalandara Bandha (chiusura gola).

Praticando in particolare Mula e Uddiyana Bandha si produce un intenso calore interno che purifica i muscoli e gli organi facendo espellere le tossine e diffondendo gli ormoni benefici e i sali minerali nell’organismo.

Conosciuto anche come Ashtanga Vinyasa Yoga e Vinyasa Flow  questo metodo è stato sviluppato, promosso e tramandato da Sri K.Pattabhi Jois e suo figlio Manju Pattabhi Jois.

B.K.S. IYENGAR

Un corpo stabile porta ad una mente stabile.

L’Iyengar Yoga punta al corretto allineamento anatomica e aiuta la stabilità delle articolazioni e la forza dei muscoli.

Iyengar ci propone il non-movimento, di stare per minuti nelle posizioni finché non si acquista stabilità e piacevolezza nell’asana scelto per permettere agli effetti delle posizioni di penetrare a fondo nel praticante. 
La durata delle posizioni è infatti - assieme alla giusta sequenza e alla precisione tecnica - ciò che caratterizza lo Iyengar Yoga rispetto agli altri.

Attraverso la pratica e il raggiungimento del pieno ascolto del corpo è possibile cogliere la differenza di consistenza tra materia e pensiero, accorgendosi che sono fatte della stessa sostanza, solo a diverse “densità”. In questo modo si può allenare corpo, mente e spirito a lavorare insieme come una macchina perfettamente allineata. Il disallineamento del corpo infatti è anche della mente, e allineare il primo significa allineare la seconda.

Le Asana sono un passo fondamentale per preparare il corpo e la mente alla Meditazione oltre a fondere corpo, mente e respiro.

Solo quando la postura diviene stabile, priva di tentennamenti, con l’utilizzo del minimo sforzo necessario, essa partecipa realmente alla natura dello Yoga.

Il suo approggio fa chiudere un cerchio, tornando a Patanjali:

“La postura è stabile e agevole” (sukha stira), “Ciò che si ottiene con la costante ricerca del rilassamento dello sforzo e l’immedesimazione con l’infinito” (Patanjali,Yoga Sutra).

 

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